31 dicembre 2006

LA "VIOLENZA" (*) DELLA S'IGNORA ANNUNZIATA...

...Ovvero, quando l'ignoranza del massmedia è, e crea, violenza laddove pretende invece di stigmatizzarla....


'La Stampa', di giovedì 28 dicembre riporta la lettera della signora Daniela Santus che scrive di essere stufa di sentire di padri (e non dice uomini) che uccidono o tentano di uccidere.
La signora vorrebbe addirittura che il Santo Padre ne parlasse e che la gente si rendesse conto che un bambino può vivere anche senza padre.
Non sappiamo se la Signora Santus sia la stessa docente di Geografia dell'Università di Torino, accusata da alcuni studenti di ave gestito in modo poliziesco e antidemocratico alcune sue lezioni, cui – per spiegare la geografia di Israele, aveva fatto intervenire il viceambasciatore dello stato in questione sospendendo le lezioni alla presenza di studenti definiti “dei centri sociali” e accusando di antisemitismo chi la contestava.
Certo le sue dichiarazioni (purtroppo abbiamo perso il copia e incolla delle stesse) contro i padri lasciano pensare a una forma di integralismo - antimaschile e antipatriarcale, ovviamente, dunque qualcosa che sembra andare di moda.
La risposta della signora Annunziata non è stata comunque da meno.
Eccola:
Mi piace il piglio con cui prende per la collotola questi padri separati le cui sceneggiate sono spesso più materia di cronaca nera che di drammi sentimentali. Effettivamente, il gesto del fuoco in tv davanti al proprio figlio va davvero considerato solo un gesto spiegabile con l'esapserazione della solitudine? O non un atto di brutalità soprattutto nei confronti di quello stesso figlio? Troppi uomini, troppi padri si concedono alla violenza. Troppi uomini sono ancora la ragione e la causa di drammi familiari. Ma il diritto alla paternità e maternità rimane eguale e inseparabile. Se agli uomini tocca fare una strada più lunga per arrivarci non significa che questa strada debba essere bloccata. Forse basterebbe dire che per una volta sono le donne a essere chiamate a esercitare un ruolo di guida, utilizzando la loro capacità, la loro sapienza, la loro generosità per insegnare agli uomini la direzione.
Abbiamo così deciso di rispondere alla signora. Stupiti di come fosse possibile, su un grande quotidiano, tranciare con tanta superficialità un giudizio così disinformato e disinformante.
Ed ecco cosa le abbiamo inviato:
Egregia signora Annunziata,
ho letto la sua risposta alla lettrice Daniela Santus ('La Stampa', giovedì 28 dicembre, pag. 42), circa i padri separati dai figli (“Mi piace il piglio con cui prende per la collotola questi padri separati le cui sceneggiate sono spesso più materia di cronaca nera che di drammi sentimentali.”, come scrive testualmente). Sinceramente, le dico che per la collottola dovrebbe prendersi lei: e così, autoreferenzialmente come scrive, buttarsi nel catino della disinformazione tout court
Intanto i dati sulla violenza dei padri.
Dati che lei non dà ma di cui discute come se li avesse e fossero veri, dal momento che fa mostra di conoscer tendenze e realtà intime.
In verità, prenda nota, se in Italia è aumentata una violenza genitoriale è quella delle madri infanticide: ve ne sono oltre il 40% in più negli ultimi dieci anni (dati ufficiali). Gli altri omicidi – anche quelli compiuti dai padri - sono invariati. Passo per maschilista e di parte, se lo dico e cito cifre ufficiali, tanto più in risposta alla sua affermazione sul genere maschile, molto arbitraria?
Per quanto riguarda i delitti in famiglia di altro tipo, le statistiche italiane, ma anche quelle americane (governative) ci dicono che c'è una sostanziale Pari Opportunità: il 53% compiuto dagli uomini, il 47% dalle donne.
Per quanto riguarda i reati violenti abbiamo una sorpresa: una ricerca italiana del 1995 ci dice che ““Piu' e' emotivamente significativo il legame autore-vittima, piu' aumentano i reati violenti delle donne” (Capri-Lanotte, 1995: il che lascia presumere che il suddetto aumento dei figlicidi abbia ulteriormente accentuato questo dato). In sintesi, sarebbe più pericoloso per un uomo avere relazioni con una donna che per una donna averle per un uomo. Immagino che l'aumento degli infanticidi da madre in Italia abbia peggiorato ancora questo primato.
Le ultime ricerche americane danno però una sostanziale parità fra uomini e donne per quanto riguarda la violenza di coppia: lo stesso Corriere della Sera (02.06.2006) ne aveva riportata: “Coppie & botte: lei le da' quanto lui. Tra i partner violenti stessa percentuale di uomini e donne. «Ma i maschi non denunciano i maltrattamenti»” (l'articolo cita un rapporto, pubblicato sul Morbidity and Mortality Weekly Report dei Centers for Disease Control and Prevention, redatto dal National Center for Injury Prevention.
Il dato è sovrapponibile a quello di una metaanalisi compiuta dall'Università della California sui report di oltre 177.000 episodi di violenza, i quali addirittura demonstrate that women are as physically aggressive, or more aggressive, than men in their relationships with their spouses or male partners.
Non le conto poi le ricerche inglesi, americane, australiane, che riportano le stesse risultanze (con alcune disparità circa il ruolo della violenza non fisica).
Per tutti, le cito comunque il parere, e non mi sorprende, della femminista radicale Wendy McElroy che così si esprime: “Women aren't the only victims of domestic abuse. Men are too, but no one likes to talk about it. ... Battered men pay taxes to support hotlines and shelters from which they are excluded because of their sex. They are dismissed by police because of their sex. Crime and punishment in domestic violence seem to hinge on genitalia and - legally speaking - men have the wrong equipment. The only right abused men seem to have retained in full is the right to remain silent.”.
Ma quello che dovrebbe tagliar la testa al toro, anche e soprattutto per quanto riguarda, l'Italia è cosa pensano e cosa dicono le donne circa la loro famiglia, i loro partner, la vita coniugale.
Secondo la ricerca ISTAT del 2003 solo meno del 5% delle donne riferiscono di essere in disaccordo “SPESSO” con il proprio partner maschile. Le altre lo sono “qualche volta”, “raramente”, o “mai”.
Lei mi dirà che lotta per quel 5% di cui una “certa” parte viene picchiata: ma – a parte che le cifre evidenziate circa gli atti violenti in casa ci dicono che i veri casi di violenza intrafamiliare sono pochi (sempre dati ISTAT) vorrei farle notare che oltre l'80% delle donne ritiene di avere pari poteri decisionali nel gestire con il partner la vita di coppia, e oltre il 90% vede nella la famiglia una fonte di tranquillità per affrontare la propria vita.
Questo scenario statistico, ma frutto dei racconti delle donne (o dubita della capacità dell'Istat di rilevare un fenomeno così grave come la violenza domestica?) non è assolutamente compatibile con le alte percentuali di violenza intrafamiliare usualmente riferite dai mass media circa “padri” e “maschi” violenti e - soprattutto - con l'idea che nella coppia moderna i comportamenti violenti siano uno strumento largamente diffuso e – soprattutto - che implichi sempre sopraffazione del maschio contro la femmina.
A mio avviso – un parere personale, desunto da questi dati e dalla mia venticinquennale pratica clinica - è possibile che nella coppia di oggi i comportamenti violenti abbiano la stessa natura paradossale che hanno – e non che questo sia un bene - nella nostra società: ad un livello sono tollerati, e considerati quasi solo un momento di comunicazione e una parte del processo decisionale; ad un altro livello, sono invece esecrati e condannati, specie quando permettono rivendicazioni e vantaggi personali.
Non è un caso che proprio nelle separazioni fioriscono le finte accuse di violenza, e abuso e, comunque, che lo scenario del maltrattamento venga esasperato per ottenere vantaggi in sede di affido minori (come qualunque buon avvocato sa: il figlio viene immediatamente tolto al genitore denunciato, molto prima e in assenza di qualunque prova di colpevolezza).
Non mi resta dunque che farle presente come quel che lei scrive lei si possa definire falso, o comunque non veritiero e disinformante.
Se poi ella non vuol dar credito alle statistiche e alle ricerche “ufficiali”, ma utilizzarne altre basate sulle sue aspettative personali (magari presentandole come pareri, intuizioni, sentito dire, e via di seguito), dovrebbe a mio avviso confrontarsi un po' di più con la necessità di far chiarezza sulle premesse e le coerenze che utilizza per rivolgere al mondo i suoi messaggi e comunicazioni.
La invito dunque a correggere pubblicamente le sue avventate affermazioni – o comunque a spiegarle tenendo conto di quel che dicono le donne realmente ascoltate - e le chiedo gentilmente di non assegnar palme di conduzioni morali a uno dei due generi, in nome di quella che sembra sempre più (non solo e non tanto da parte sua) una idiota guerra dei sessi o, ben che vada, una stucchevole e mammeggiante propaganda alla competizione fra maschietti e femminucce (“sono le donne a essere chiamate a esercitare un ruolo di guida, utilizzando la loro capacità, la loro sapienza, la loro generosità per insegnare agli uomini la direzione”).
Per quanto riguarda poi i padri separati, vi è un discorso estremamente importante.
Le tragedie di cui lei parla così superficialmente – nascondendo di fatto quello che è un mondo di gravissimi problemi sociogiudiziari dietro un commento a metà fra il gossip e la discussione da reality show (“il gesto del fuoco in tv davanti al proprio figlio va davvero considerato solo un gesto spiegabile con l'esapserazione della solitudine? O non un atto di brutalità soprattutto nei confronti di quello stesso figlio? ) – sono in primo luogo tragedie del diritto: leggi e accordi internazionali non rispettati, sentenze violate, negazioni di diritti civili.
Se un disoccupato o uno sfrattato avessero tentato di darsi fuoco in tivu per richiamare l'attenzione sui casi come il loro, lei avrebbe sicuramente avuto tutt'altra “pietas” sociopolitica: vittime del sistema, si diceva una volta, emarginati e sfruttati che ricorrono a gesti estremi per far sentire la propria voce
Nel caso in questione non si tratta di un licenziato ingiustamente, non si tratta di uno nomade o di un extracomunitario (o di una donna) vittime di illegalità, ma di un padre che per anni è stato oggetto di gravissimi illeciti internazionali: lo si riduce dunque a un esibizionista che dà cattivo esempio, obliando in un lampo tutto un sistema di illeciti e illegalità che sta dietro e accanto a lui. Il punto è che il padre è un oggetto politicamente scomodo, perché evoca il fantasma dell'autorità e delle regole (per la cronaca: il signore di cui parlate non ha certo risolto i propri problemi con il temporaneo arrivo del figlio in Italia).
Il punto più grave, però, è che lei - con commenti del genere - non solo si fa pura disinformazione circa i danni del “fatherless” (di cui la prego di cercarsi le cifre in relazione al disagio minorile e adolescenziale) ma soprattutto si legittima, oggettivamente, una mentalità che porta in embrione quella mafiosa, quella della cultura dell'illegalità.
Tutti i padri che protestano perché non vedono i figli, infatti, lo fanno semplicemente perché le sentenze, o le leggi, o i codici che darebbero ai loro figli e a loro il diritto di una relazione significativa, vengono sistematicamente stracciati: “Ha detto mamma che il giudice è stato troppo buono con te”, è una delle tante frasi con cui questi figli crescono vedendo quanto sia facile disattendere una sentenza. Ce ne sono di infinità, di frasi come queste, come sono infinite le querele che le denunciano: querele puntualmente disattese. Ovviamente.
Se un giorno qualche giornalista avesse il coraggio di compiere un'inchiesta sul pianeta “GIUSTIZIA FAMILIARE E MINORILE”, si accorgerebbe qual è l'enorme varietà e quantità di reati perpetrati ogni giorno. E, soprattutto, si accorgerebbe del totale lasciapassare fornito dallo stesso sistema giudiziario a coloro che violano le sentenze, le leggi, le disposizioni della magistratura emesse dal sistema per gestire il problema.
Tutti questi anni passati a contatto con problemi del genere mi hanno però insegnato che ai giornalisti – alcuni dei quali sono peraltro ben pronti a trinciare giudizi come lei – non interessa nulla approfondire cosa accade in questo pianeta delle separazioni.
I padri (e le madri) che non vedono i figli sono dunque in primis (e nella stragrande maggioranza dei casi) delle vittime di pura e semplice illegalità.
Una illegalità voluta e gestita, in questi casi, dalle mamme. Poi autorizzata da chi – puntualmente - si prende la briga di non sanzionare in alcun modo tutti questi stravolgimenti del diritto, e infine legittimata da chi, come lei, la riduce a una protesta da baraccone, e occultando così colpevolmente (se non dolosamente) i gravissimi problemi sociogiudiziari che sono dietro a casi del genere: leggendo il suo commento mi veniva infatti da pensare alla spocchia delle nobildame dell'ottocento, scandalizzate dal puzzo degli straccioni che protestavano – ai tempi delle prime lotte operaie - per avere pane e lavoro.
Se la nostra è una terra di mafiosi che stracciano le sentenze, di politici che vogliono addomesticare il diritto e privatizzare magistrati e sentenze, di inquinatori indifferenti ai codici di sopravvivenza planetaria, di violatori del diritto altrui al pane e al lavoro (mi scusi arcaiche assonanze a temi da lei dimenticati), è anche – o forse soprattutto - perché fin da piccoli si impara questa cultura della illegalità, questo piegare i codici di convivenza al proprio desiderio, questo vivere nella consapevolezza che la mamma – che facilmente diventa poi “mammasantissima” o semplicemente il proprio desiderio - ha diritto a stracciare ogni sentenza che non è di proprio comodo e irridersi di ogni giudice, carabiniere, cittadino – magari giornalista – che la voglia far rispettare.
Complimenti, dottoressa Annunziata.
Nel suo piccolo ha fatto molto. E così, per chiudere, le ricordo qualche dato: fra gli stupratori, il 60% è costituito da “fatherless”, cioè da ragazzi vissuti senza il padre; tra quelli segnalati con comportamenti violenti, il rapporto fra i fatherless e quelli con normali contatti con i genitori, è di 11 a 1. Poteva rispondere anche questo alla proterva signora Santus. E aggiungere altre cifre: non mancano, per chi le cerca.
Concludo una lettera volutamente lunga (so che non l'avrebbe mai pubblicata, e, comunque, non si può liquidare in poche righe - come ha fatto lei - un problema così serio).
Se si vuole una società dove la regola non sia la violenza, occorre far ritornare il padre. Dandogli pari dignità, e Opportunità, di quanto ne abbiano quelle “donne ... con la loro capacità, la loro sapienza, la loro generosità ” che lei cita come modello di superiore insegnamento morale.
Dr. Gaetano Giordano

(*) è evidente che l'uso del termine "violenza" si riferisce ad un utilizzo metaforico dello stesso e che nessuno sta accusando la signora Annunziata di essere, in sè, una persona "violenta"