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06 luglio 2019

BRUTTISSIME FAVOLE PER IL GIOCO DELLE TRE CARTE

Ci sono, come noto, siti che da anni e anni conducono -non si sa perché- una battaglia contro L’Alienazione Parentale.

Alcuni di questi siti sono di orientamento “femminista”, e mostrano un grande interesse verso l’emancipazione delle donne e il contrasto alla violenza sulle donne, e non raramente si dimostrano portati a camuffare un po’ -dal mio punto di vista- le cose.

Nel senso che in genere ogni tentativo di contestare le loro cifre e i loro riferimenti ottiene il cosiddetto “effetto delle tre carte”, secondo il quale chi interviene a contestare sbaglia perché la regola per risolvere la questione è sempre da un'altra parte.

Tipico il caso di quando uno dei lettori di uno di questi blog contestò al titolare del blog che le donne lottano per le pari opportunità solo quando si tratta di posizioni apicali e dirigenziali. 

Nessun movimento, nessuna donna, nessun sottosegretario, nessuna associazione o onlus ha mai detto una virgola per far sì che le donne occupassero più posti da minatore, da altofornista, e comunque da operaio in contesti usuranti. 

Avete mai visto una donna alla guida di uno schiacciasassi per strada, o a metter bitume, o a picconare con martelli pneumatici il manto stradale? Avete mai sentito una donna, una associazione femminista, un politico desideroso di carriera rosa gridare per far sì che anche le donne occupassero ruoli del genere?

La lotta per le Pari Opportunità è sempre per fare le dirigenti, le  Primarie d’Ospedale, la Docente universitaria.

Mai per diventare minatrici, bitumatrici, operatrici ai martelli pneumatici 

Un tale provò a fare una obiezione del genere in uno di questi blog, e apriti cielo. Al poveretto venne risposto che non aveva capito niente, e che quello era un problema di lotta al sistema, di sfruttamento del lavoro, e via dicendo, e che non riguardava ovviamente le lotte femminili.

In sintesi, quando bisogna fare le dirigenti il problema è nel sesso, ma se si deve parlare del fatto -incontroveribile- che nei lavori usuranti vige incontrastata la mortalità maschile, che sono solo gli uomini a fare i minatori, gli altofornisti, ma anche gli operai che riassestono le strade, il problema diventa tutt'altro: non più il genere, ma lo sfruttamento del lavoro, quello della classe operaia, il Padrone che sfrutta i poveri, e bla bla bla e bla bla bla, e le Pari Opportunità non c’entrano più nulla, come non c'entrano più nulla le discriminazioni di genere. 

Nei lavori pesanti, quelli in cui si muore davvero e a morire sono gli uomini, secondo i siti parafemministoidi di questo tipo, non ha senso parlare di discriminazione di genere: gli uomini non sono mai discriminati. Però continuano a morire solo loro.

Al massimo, questi siti ti rispondono che le donne sono maggiormente vittime di incidenti domestici e/o legati al lavoro domestico, ma di fronte all’obiezione che nel lavoro domestico non c'è un datore di lavoro che ti sfrutta o che ti costringe a non avere condizioni di sicurezza, e che comunque le condizioni di sicurezza nel lavoro casalingo te le puoi in larghissima misura autodeterminare, ripartono dall’altra parte della forbice, dicendo che il problema è nello sfruttamento da parte dell’uomo sulla donna, che la discriminazione non c'entra niente, e via di seguito: e così, spezzettando il circuito logico ed esplicativo (il maschilista sfruttatore è in questo caso tale in casa, ma quello che muore nei cantieri o nelle miniere, o si cuoce per strada non è più un maschio ma uno sfruttato dal sistema), si rigenera il gioco delle tre carte.

Che (parere di chi scrive) permette ad un discorso apparentemente libertario, moderno e progressista, di nascondere quanto sia in realtà retrivamente razzista, di destra classista, e totalmente illiberale. 

Veniamo allora all’attualità. 
Al momento, questi blog hanno un grande problema: le vicende della associazione Hansel e Gretel. 
Un film premonitore
Clicca qui per la scheda! 
Alcuni operatori di questa associazione sono stati arrestati -attenzione: parliamo di professionisti ancora in attesa di giudizio- per i fatti di cui parlano tutti i giornali, e anche in un precedente articolo di questo blog.

Premesso dunque che chi non è stato dichiarato colpevole è al momento del tutto innocente, veniamo al punto nodale. Per questi blog, il punto nodale è che qualcuno di questi operatori arrestati (e in attesa di giudizio) si è più volte espresso contro “i sostenitori” dell’Alienazione Parentale, quelli cioè accusati di seguire l’apologeta della pedofilia Gardner (falso), e di voler coprire con tale menzogna i propri abusi, e cioè la violenza alle donne e ai bambini di cui sono accusati e da cui si difendono invocando appunto l'Alienazione Parentale.

Detto da un tale attualmente agli arresti domiciliari perché  accusato di aver “alterato lo stato psicologico ed emotivo attraverso modalità suggestive e suggerenti con la voluta formulazione di domande sul tema dell’abuso sessuale”  per “convincere la minore dell’avvenuta commissione dei citati abusi”, la questione è un tantino inquietante.

Qualcuno potrebbe infatti pensare che questa posizione ideologica serviva, almeno in qualche caso o comunque come premessa teorica da divulgare, a creare un obiettivo contro cui aizzare l’attenzione pubblica per coprire quanto invece accadeva nei loro studi e, comunque, precostituirsi un’arma di difesa per rispondere alle contestazioni dei genitori cui, per abusi mai commessi, venivano tolti ai figli.

Detto in altri termini, fa cioè pensare che proprio chi sarebbe stato “beccato” a inventarsi falsi abusi per rubare bambini ai genitori, era poi lo stesso che accusava i genitori pretesamente abusanti di utilizzare l’Alienazione Parentale per coprire i propri abusi. Potrebbe essere anche definita -e si ricorda: sono tutte illazioni- come una operazione di influenzamento. Un'operazione di "influenzamento" (che in realtà è una tipica azione da servizi segreti), mira a creare un'opinione pubblica favorevole ai propri interessi.
D'altra parte, chi sta commettendo un reato del genere (caso per adesso non dimostrato: si ricorda che tutti gli indagati sono innocenti fino a prova contraria), ha tutto l’interesse a creare una cultura in cui tutto quello che si oppone ai suoi intenti deve apparire come un'operazione turpe e malvagia (che è esattamente come vengono descritti coloro che ritengono l'Alienazione Parentale un fenomeno reale e non un modo per difendersi perché scoperti pedofili).  

Chiariamo di nuovo: queste sono comunque e ovviamente solo illazioni, che nel caso andrebbero comunque verificate, perché avere una posizione ideologica o professionale su un fenomeno (l'Alienazione Parentale) non significa certo aver dimostrato la propria colpevolezza in altro campo (quello dell’aver operato per costringere dei bambini ad accusare i propri genitori per poterli dare in affido a propri conoscenti o curarli nel proprio studio). 
   
Quello che però è interessante è la posizione di questi blog femministi, che appena udita la notizia di questi arresti si sono precipitati a chiarire il proprio pensiero e le proprie posizioni.

Ovviamente prendendo le distanze, chiarendo, specificando che loro sono contro queste torture, che bisogna andare a fondo, eccetera eccetera eccetera.

Però spendendosi soprattutto su un particolare: non dimentichiamo il femminicidio! Per carità!
E nemmeno i “veri” abusi sui minori. O le altre violenze su donne e bambini!

Qual è, cioè, la paura di queste profonde pensaiole?

Che questa vicenda della associazione “Hansel e Gretel” faccia dimenticare la violenza alle donne e ai bambini, e/o che la gente inizi a pensare che siano dei bluff. Che coprano appunto altre magagne e altre violenze.

Ovvio che non è così, e ce ne guarderemmo bene dal pensarlo. Il fatto che abbiano -forse!- beccato uno che -forse!- costringeva i bambini a produrre false testimonianze di abusi sessuali mai avvenuti, non implica certo che tutti gli abusi sessuali e le violenze denunciati siano falsi.

Gli articoli in questione dimostrano però un altro punto, quello da cui siamo partiti. E cioè che si gioca sempre al gioco delle tre carte, in questi blog, perché a dover trionfare sono sempre gli assunti  -indimostrati e indimostrabili- di chi scrive, secondo i quali il vero problema è che ci si possa dimenticare della violenza sulle donne e i bambini, problema che deve essere di fatto anteposto al resto. 

Anzi: invece di chiedersi se -dopo quanto accaduto a Reggio Emilia non sia tutto il sistema di affido dei minori, e di valutazioni delle adeguatezze genitoriali a dover esser messo in crisi- le pensaiole di questo tipo cercano di correre ai ripari e intimare che, comunque, bisogna continuare a pensare al maschio come colpevole: quando è invece vero che semmai è il “genitore”  in quanto tale ad essere violato costantemente da un sistema che si è di fatto dimostrato abusante e comunque facilmente manipolabile e utilizzabile proprio nel suo volersi porre a tutela dei minori.

Detto in altri termini, la vicenda in questione dimostra che ancora una volta il problema è colpevolizzare il mondo maschile sempre e comunque, senza andare ad analizzare mai il problema nella sua reale, o quanto meno possibile, vera genesi.

Ci ha scritto infatti un signore, che lamenta come abbia più volte cercato di scrivere la sua su uno di questi blog, e come il suo scritto sia stato sempre censurato.
I suoi interventi erano rivolti ai casi in cui a madri che avevano denunciato episodi di violenza e di sopraffazioni verso sé stesse ed i figli da parte dei propri partner, fossero stati tolti, quasi come per punirle delle denunce, i bambini.

Le tesi del signore non erano e non sono del tutto peregrine: se non si entra nel vivo di queste vicende, sostiene lui, non possiamo escludere che madri del genere siano da considerarsi non adeguate proprio perché abbiano portato avanti convivenza e gravidanza nonostante avessero chiari segni di avere a che fare con un partner problematico e violento.

E questo è un punto fondamentale, perché la cosiddetta “collusione” nelle coppie è un problema serio e gravissimo, e se da un punto di vista penale, per così dire, non può certo essere presa in considerazione, per quanto riguarda le problematiche psicologiche -soprattutto quelle legate ai problemi di adeguatezza genitoriale- bisogna affrontare le cose con presupposti diversi. E uno di questi punti è chiedersi se una madre che ha scelto di fare un figlio con un soggetto violento, non abbia dimostrato da subito di non riuscire a tenere nella giusta considerazione il futuro del proprio figlio.

Sicuramente questo discorso può essere gravemente frainteso, ed è bene farlo specificando chiaramente i contorni del problema e di ciò che si vuol dire, ma è comunque un discorso che può, e forse deve, esser fatto. 

Dunque, sia chiaro: non stiamo assolutamente dicendo che una donna che si lega ad un uomo violento debba per questo subire la violenza di questi, o essere punita per averlo lasciato.

Però si deve seriamente prendere in considerazione quanto questo comportamento possa discendere da problematiche psicologiche irrisolte che possono in qualche modo riflettersi sulla adeguatezza genitoriale della donna.

Il punto è che ci sono molte -forse moltissime- donne che allacciano relazioni con uomini violenti, e le portano avanti sperando che con il tempo loro riescano a cambiare quel “lui” così problematico,  o che ci riesca una gravidanza.

Sono le donne che passano anni e anni a cercare di "cambiare" questo lui "violento", e che solo dopo si scoprono -o anche "diventano"- vittime, o che si accorgono solo dopo anni, o dopo la nascita di un figlio, che l'uomo che hanno avuto accanto per anni e che hanno scelto come padre dei loro figli, non ha nessuna adeguatezza genitoriale.

Premesso che non si sta qui -assolutamente- dicendo che questa sia una colpa (anzi: è un esser vittime), occorre però riflettere se un comportamento del genere non implichi, in qualche caso, un problema psicologico che comporti -o possa esitare in- una scadente adeguatezza genitoriale. Chi tutela un minore da una madre che ha portato avanti a tutti i costi una storia violenta, e non è stata capace di interromperla?

Occorre qui riflettere su due punti. 
1) Un bambino -un figlio- deve essere “pensato” solo come un diritto della madre?
2) È possibile che l’unica alternativa che si concepisca in questi casi si fondi sull’assioma: “le tolgono il figlio = le danno una punizione”?

Perché rispondere “si” a queste domande implica un ruolo onnipotenziale della madre, che vede nel figlio solo un “suo” diritto, e che individua nel figlio un premio o una punizione per sé, e non il suo essere una persona che mette al mondo un individuo con precisi diritti al proprio esistere. 

Quante sono le donne che diventano vittime perché sperano sino all’ultimo di riuscire a cambiare il partner violento che hanno accanto? Sicuramente sono delle vittime, sicuramente non sono delle colpevoli, ma altrettanto sicuramente potrebbero essere portatrici di problemi psicologici assolutamente profondi e in grado di mettere a rischio la vita del figlio. 

Si ripete: non stiamo dicendo qui che si tratti di una colpa. Stiamo parlando di quello che consideriamo un possibile sintomo di un possibile disagio. Ma se questo implica un rischio per il minore, possiamo cavarcela dicendo che siccome la madre non è colpevole, allora ha diritto a restare con il figlio?

Ed il diritto del figlio di avere un futuro protetto, è considerato, in questa ipotesi?

Ecco: quando si va a fare questi discorsi in questi siti nei quali l'Alienazione Parentale è sempre considerata un trucco per difendersi dalle accuse di pedofilia, e l’unico problema a cui si pensa in casi come questo di Hansel e Gretel è che non ci si dimentichi delle “vere” violenze a donne e bambini (come se quelle descritte nei capi d’accusa fossero “false” e non meritassero preoccupazioni), o si viene censurati, o -se va bene- ti dicono che il problema è tutto dall'altra parte e -ovviamente- hai sbagliato tutto, perché sei maschio, maschilista, e dunque cattivo.

Amen, Rob


Beeep

26 maggio 2019

IL MOBBING GENITORIALE? ECCO UNO DEI POSSIBILI RISULTATI

Non è raro che le violenze ad un figlio di separati sono opera del nuovo partner della madre, soprattutto quando il padre è mobbizzato e non può avere contatti con il figlio.


Il rapporto con il padre biologico è una garanzia per il figlio.
Da far annotare a chi sostiene che il concetto di Alienazione Parentale serve esclusivamente a nascondere le colpe dei padri violenti.

In questo caso primeggiano, come al solito, gli ineffabili assistenti sociali, che avevano consigliato alla madre di tenere il figlio lontano dal padre biologico:

"A un certo punto della nostra storia" si legge nell'articolo di Repubblica.it linkato qui in basso "Gaia ha iniziato a dirmi che gli assistenti sociali le avevano consigliato di allontanarsi da me, perché ero una persona con qualche precedente e cose di questo tipo. Anche la famiglia di lei è sempre stata contraria alla nostra storia. Alla fine ci siamo lasciati ma continuavamo a frequentarci".


URGE UNA LEGGE CONTRO IL MOBBING GENITORIALE

29 giugno 2015

GIUSTIZIA.

"UNICAMENTE" GIUSTIZIA PER FEDERICO BARAKAT

La morte di Federico Barakat -una morte atroce e orribile dopo anni di persecuzioni atroci e orribili da parte del padre- deve avere un senso.

E ricevere Giustizia. 

“Unicamente” giustizia.                      

In questo articolo si cerca di dimostrare che proprio da questa vicenda può infatti arrivare una rivoluzione nei rapporti tra genitori di bambini impegnati in incontri protetti (e nel caso minacciati dall'altro partner), e Servizi Sociali.

E questo proprio seguendo la logica della sentenza di Cassazione. 



SINTESI DEI PUNTI ESPRESSI NELL'ARTICOLO:

1) Gli operatori dei "Servizi" che hanno seguito il caso di Federico Barakat hanno deciso di non sospendere gli incontri in base ad una attività diagnostica psicologica e psichiatrica da loro posta in essere (essendo il loro un compito professionale fondato quantomeno anche sulla psicologia clinica e sulla psichiatria);

2) Le loro responsabilità andrebbero valutate non in relazione alla mancata custodia, ma in relazione a tale errore diagnostico, in seguito al quale hanno certificato l'assenza di pericolosità e di patologie psichiatriche con lesività etero o auto diretta nel padre di Federico, e alla conseguente prosecuzione degli incontri, motivata da questa attività diagnosticata;

3) una lettura della sentenza di Cassazione in questione (come il parere espresso, a dire della signora Penati, dal dr. Forno in relazione alle modalità che la stessa aveva per salvare Federico) fanno affermare che se i "Servizi" non devono garantire la custodia e la tutela fisica del minore, questa può spettare ed essere assunta dal genitore con lui convivente, il quale, in assenza di adeguati supporti clinico-diagnostici può, qualora intraveda un pericolo nel comportamento dell'altro genitore, interrompere sua sponte gli incontri (tanto che il dr. Forno -secondo quanto afferma la madre di Federico- avrebbe dichiarato che l'unico modo per salvare il bambino era una fuga all'estero).


Al termine dell'articolo, il link verso le donazioni con cui sostenere la causa a Strasburgo di Antonella Penati, la madre di Federico, contro lo Stato Italiano


NOTA: questo è un post con il quale alcuni dei miei lettori potrebbero non essere d'accordoNon fa niente. Più importante è riflettere sul senso che può avere morire a otto anni: per mano del proprio padre, e in un locale specializzato in “Incontri Protetti”.



Federico Barakat, ci dice la Cassazione (Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 27 gennaio – 6 marzo 2015, n. 9855, Presidente Sirena – Relatore Montagni), è morto ammazzato dal padre ma chi organizzava i suoi incontri protetti e presenziava agli stessi non è colpevole perché non era loro compito tutelarlo da mani omicide e folli, bensì badare “unicamente – al sostegno educativo e psicologico del bambino”.

Questo dice, alla lettera, il testo della sentenza di Cassazione che ha mandato assolti, “perché il fatto non sussiste ” gli operatori dei Servizi Sociali che avrebbero dovuto vigilare gli incontri tra Federico ed il padre.

“In conclusione,” sostiene la Suprema Corte “il complessivo tenore dei provvedimenti giudiziari che scolpiscono, nel caso, il contenuto degli obblighi protettivi specificamente gravanti sugli operatori dell’Ente affidatario, evidenzia, in termini di certezza, che le finalità protettive erano orientate – unicamente – al sostegno educativo e psicologico del bambino, a fronte della esasperata conflittualità della coppia genitoriale”.

Qualcuno potrebbe fare molta ironia, sul “sostegno” effettivamente dato a questa piccola vittima della ferocia genitoriale, paterna e islamica (perché, dice la madre, questo è stato anche uno scontro fra culture). 

E altrettanta ironia qualcuno potrebbe voler fare sulla “protezione” ricevuta negli incontri -appunto- “protetti”, incontri a cui i “Servizi” (un termine che in Italia assume sempre -chissà perché- significati sinistri, di operazioni deviate e con morti) a cui i "Servizi", dicevamo, lavoravano per “offrirgli una parte buona del padre”, come avevano scritto alla madre, che li implorava di sospendere gli incontri, terrorizzata dalle minacce del padre di Federico e illuminata, nella sua assoluta consapevolezza, dalla paura del bambino.

Sarebbe troppo semplice e troppo crudele chiedersi in che cosa è consistito allora questo loro “lavoro” per dargli tale "parte buona" del padre, di quel padre che lo ha ammazzato; troppo semplice e crudele domandarsi adesso cosa sarebbe accaduto se i "Servizi" avessero cercato di offrirgli invece “una parte cattiva” del padre: troppo semplice e troppo crudele, quanto -però- disperatamente inutile.

Perché la verità è che in una tragedia del genere, a cui le frasi assolutorie per chi doveva organizzare gli incontri protetti aggiungono una cruda luce di prosaico burocraticismo, l'ironia non arriva né a rischiarare alcunché, né, tanto meno, a lenire o dar sollievo. 

Anzi, l'ironia diviene graffio profondo su ferite incurabili perché ti costringe a pensare che quel qualcosa che poteva davvero salvare Federico era a pochissimi centimetri da tutti. 

Bastava poco. Pochissimo.
Bastava chiudere una porta.

Bastava solo che loro, i “Servizi”, ascoltassero non sé stessi, gonfi solo del proprio teorizzare il proprio teorizzare, adusi a pensarsi sempre come inviati del cielo e del destino, ma ascoltassero invece la mamma del bambino e il povero Federico. 

Bastava, ma non è stato fatto.

E per questo credo che la morte di Federico possa oggi avere un senso. Un senso importante.

E servire a cambiare le cose.

Per provarci, partiamo proprio dall'assoluzione.

L'assoluzione degli operatori dei "Servizi" che avevano organizzato gli incontri protetti, arriva dunque a mettere una sorta di chiosa finale a tutto, ricordando che “il fatto non sussiste” perché -appunto- compito dei "Servizi" era quello di pensare “unicamente – al sostegno educativo e psicologico del bambino, a fronte della esasperata conflittualità della coppia genitoriale.” 

Ovviamente, la madre del piccolo Federico non ci sta, e ha deciso di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo.  

Non può accettare che lo Stato italiano se la cavi in questo modo dopo che lei, grazie all'intervento di chi doveva assisterla e garantire a Federico un “ambito protetto”. 

E per poter vedere lo stato italiano condannata per quanto accaduto a suo figlio, lancia una campagna di donazioni per ricavare quanto necessario a tale impegno. 

È evidente che la sentenza in questione -Corte di Cassazione, sezione IV Penale, Sentenza 27 gennaio – 6 marzo 2015, n. 9855, Presidente Sirena – Relatore Montagni -spacca in quattro il capello della definizione letterale dell'incarico dei servizi sociali.

Con risultati che sono, però, illuminanti.

Perché la Suprema Corte, affidando a quell'“unicamente” l'assoluzione degli operatori già condannati, sigilla -ad un livello- le loro responsabilità relativamente all'evento omicidiario; ma -in modo paradossale- non solo le riapre da un altro punto di vista, ma offre al contempo ipotesi del tutto innovative circa la gestione e i comportamenti che si possono e si devono tenere in possibili tragedie del genere. 

Qual è il punto da considerare? 

A mio avviso non è quello della mancata tutela del piccolo nel corso degli incontri. 

Il compito degli operatori -descritto, sia pur crudelmente, alla lettera- non era effettivamente quello di tutelare Federico nel senso della custodia e protezione fisica.

Da questo punto di vista la sentenza in questione si attiene rigorosamente alla natura dell'incarico affidato ai "Servizi".

Offrendo però -lo vedremo poi- spiragli logici di grande portata.

Quello che però va inquadrato è che la prosecuzione degli incontri si è avuta in virtù del parere espresso -a quanto racconta la signora Penati, madre di Federico- dalla Responsabile dei "Servizi", relativamente a tre aspetti della vicenda.

A più riprese, hanno dichiarato -così almeno risulta dai resoconti della mamma di Federico- che il piccolo poteva incontrare Mohammed Barakat perché:

1) il padre di Federico non era pericoloso a sé e agli altri, e o comunque non era affetto da patologie che lo mettessero in condizioni di essere pericoloso a sé o agli altri;

2) i timori espressi dalla madre di Federico erano irrazionali e non corrispondevano a una visione adeguata e congrua della realtà, ma a una problematica psicopatologica che poteva essere inquadrata come una patologia fobico-ossessiva con atteggiamenti isterici, o come l'espressione di una sua volontà alienante;

3) i timori e le ripulse espresse da Federico (vedasi anche l'enuresi notturna, certificata dal suo pediatra) non erano atteggiamenti congrui alla realtà della sua relazione con il padre e del comportamento di questi, e che i suoi timori appartenevano alla dimensione della patologia e non a quella di un corretto esame di realtà;

4) le perizie e le certificazioni mediche che affermavano il contrario non erano da considerarsi attendibili al punto da sospendere gli incontri.

In altre parole, gli operatori dei "Servizi" hanno proceduto ad una attività diagnostica di natura psichiatrica e psicologica, e hanno operato in conseguenza di essa

D'altra parte, non può pensarsi differentemente, dal momento che i pareri da loro espressi erano pareri relativi ad aree di chiara ed esclusiva competenza psichiatrica e psicologica, con una esplicita previsione di pericolosità personale (pericolosità da loro negata in contrasto con altri pareri diagnostici) ed una serie di pareri e previsioni sul comportamento del padre, sulle sue eventuali patologie psichiatriche e sulla loro evoluzione, sui loro riflessi sul rapporto col bambino, come sul comportamento, sulle eventuali patologie psichiatriche e l'esame di realtà della madre di Federico (e di Federico stesso). 

Aggiungendo a ciò l'evidenza che il "sostegno educativo e psicologico" fornito dai "Servizi" si fonda sui contributi della psicologia clinica e della psichiatria, tanto che non a caso la direzione è affidata sempre a psicologi e gli operatori sono in gran parte psicologi.

Nel caso di Federico, poi, le decisioni erano appunto prese dalla Responsabile, che è una psicologa, e che ha operato evidentemente sulla base delle proprie conoscenze cliniche.

Da questo punto di vista, gli operatori dei "Servizi" hanno indiscutibilmente espresso un classico parere diagnostico (anche piuttosto articolato) e ne hanno fatto discendere importanti decisioni a livello giudiziario e a livello amministrativo. 

Tra l'altro negando appunto la validità di pareri medici presentati specificatamente dalla madre di Federico a sostegno della sua richiesta di interrompere gli incontri. 

Ad esempio, e lo cito come uno fra i tanti, veniva negata che l'enuresi notturna diagnosticata in Federico dal suo pediatra avesse un nesso causale univoco ed accertato con la oggettiva traumaticità degli incontri con il padre. 

Se tale nesso fosse stato invece accertato, era evidente che bisognava garantire che le paure del piccolo, causate da una situazione oggettivamente traumatica e non da fantasie indotte da un genitore pretesamente alienante, dovevano avere, come risposta da parte dei “Servizi”, la cessazione dell'evento traumatico, cioè degli incontri. 

Lo stesso dicasi poi per le perizie specialistiche presentate dalla madre di Federico.

Negarne la validità è stato, a mio avviso, un atto diagnostico completo in ogni senso. 
O, a rovescio, un esercizio abusivo di una professione sanitaria.

In realtà, il problema in esame non è affatto infrequente. Non è affatto infrequente, cioè, che una diagnosi psichiatrica, un parere sulla presenza e l'evoluzione di una determinata psicopatologia in uno specifico soggetto, e sulla capacità di intendere e o volere di questi, vengano emessi da specialisti -o da chi dovrebbe esser tale- per garantire l'adeguatezza e la legittimità di particolari procedure amministrative o di eventi di natura privata.

Uno degli esempi che si può fare è quello del medico psichiatra che con la sua certificazione rende possibile alla autorità preposta la concessione di un porto d'armi ad un determinato soggetto:
“risponde di omicidio colposo per fatto commissivo proprio e non per omesso impedimento di un fatto altrui il sanitario che rilasci a soggetto, privo dei requisiti, il certificato di idoneità psicofisica al porto d'armi, qualora questi cagioni la morte di una persona con l'arma acquistata grazie al porto d'armi ottenuto, avendo il sanitario posto in essere una condotta influente sotto l'aspetto causale sul verificarsi dell'evento, non escluso dal fatto illecito altrui, ai sensi dell'art. 41 ultimo comma c.p. (Nella fattispecie un medico psichiatra aveva sottoscritto un certificato anamnesico preliminare per l'ottenimento del porto d'armi ad suo paziente, affetto da gravi disturbi della personalità ed autore di molteplici comportamenti auto ed eteroaggressivi, realizzando un presupposto imprescindibile affinché lo stesso potesse dotarsi di un'arma da fuoco, con la quale cagionare la morte di due. Persone)” Tribunale Milano, 08 aprile 2005 - Foro ambrosiano 2005, 2 149

Il paragone con quanto accaduto a Federico Barakat è evidente: sebbene il certificato medico non fosse stato scritto (e forse non può identificarsi nemmeno la stesura di un certificato), è -come si suol dire- in re ipsa il dato che gli incontri sono continuati perché è stato emesso un parere vincolante sulla pericolosità del soggetto, parere questo riservato esclusivamente agli esercenti la professione medica e anche, a quanto ritengo, di psicologo.

Un altro esempio è quello del notaio che dovendo vendere l'appartamento di un anziano, deve premunirsi di un parere medico sulla capacità di intendere e o volere del soggetto in quanto in caso di comprovata incapacità del soggetto, l'annullamento dell'atto verrebbe a lui addebitato.

Molto più semplicemente lo stesso ragionamento vale per il sanitario che, avendone i requisiti, certifichi l'idoneità di un soggetto alla patente di guida, che non verrebbe concessa in assenza di tale certificazione.

Gli operatori che hanno gestito il caso di Federico Barakat non sono dunque colpevoli per essersi allontanati dalla stanza in cui si svolgeva l'incontro tra Federico ed il padre.

Il vero nodo della questione, a mio avviso, è nel passaggio precedente, vale a dire nella dichiarazione di non pericolosità da loro emessa a più riprese e in più occasioni circa il comportamento del padre di Federico, nell'attività diagnostica posta in essere riguardo le eventuali patologie di Mohammed Barakat, nella previsione che i comportamenti in lui riscontrati, non erano pertinenti a stati patologici in grado di portarlo ad eventi lesivi.

Lo stesso dicasi per quanto da loro affermato sulle condizioni psichiche della madre e di Federico, che a loro parere non erano in grado di valutare adeguatamente il comportamento del padre di Federico.

Da questo punto di vista esiste -a mio avviso- una falla logica nella sentenza di Cassazione, perché vero è che il compito degli operatori dei "Servizi" era quello di badare “unicamente – al sostegno educativo e psicologico del bambino”, ma è altrettanto vero che la prosecuzione di questo piano di sostegno è stata stabilita, rispetto alle richieste della madre del bambino che esponeva una gravissima situazione di pericolosità dell'ex partner rispetto a lei e al figlio, sulla base di pareri diagnostici ben precisi che hanno escluso la pericolosità del padre e affermato che di patologico c'era il comportamento della madre.

Bisogna allora chiedersi se questi operatori dei "Servizi" hanno sbagliato diagnosi, e se erano autorizzati a porre una diagnosi.

Allora:
1) Che ci sia stata una attività sanitaria volta a far diagnosi circa la presenza o meno di patologie ben precise e già indicate da altri sanitari, è ben ravvisabile proprio dalle affermazioni e dai comportamenti degli operatori in questione;
2) Che ci sia stato un errore nella diagnosi, è altrettanto indubitabile: avevano affermato l'assenza di pericolosità del padre, e il padre ha invece ucciso il figlio, nel momento in cui gli operatori, forti di questo loro parere sulla assenza di pericolosità di Mohammed Barakat si sono allontanati dalla stanza.
3) Che l'errore nella diagnosi ha fatto sì che il piccolo Federico finisse vittima del padre (non essendo impossibile ritenere che gli incontri sarebbero proseguiti se i "Servizi" non avessero sbagliato diagnosi e previsione di pericolosità del padre per sé e  o altri.

Da questo punto di vista, la “prevedibilità” di cui parla la sentenza di Cassazione che ha mandato assolti gli operatori dei "Servizi" (“la regola cautelare violata deve essere necessariamente diretta a prevenire anche il rischio dell'atto doloso del terzo e che quest'ultimo deve risultare prevedibile per l'agente che risponde a titolo di colpa” dice la massima della sentenza in questione), va inquadrata non con riguardo alla modalità di svolgimento dell'incontro in cui è avvenuto l'evento lesivo, ma alla luce del processo diagnostico che ha consentito la prosecuzione degli incontri negando validità ad altri pareri specialistici, e posto di fatto una diagnosi di madre alienante a carico della signora Penati:
“[Ai Servizi Sociali] ho incontrato la dott.ssa Termini” dice la madre di Federico in una intervista a 27ORA del Corriere.it “che da subito si è dimostrata contraria alle mie istanze. Mi diceva che il bambino aveva diritto di vedere il padre comunque, io mi rifiutavo di portarlo agli incontri perché ero troppo spaventata e lo era anche Federico che assisteva e subiva le minacce del padre. Lei sminuiva o ignorava i miei racconti, nonostante tutta una serie di indicatori di rischio per stalking, minacce anche al bambino, denunce per aggressioni a mia madre e a me, che mi sono difesa perché ho alle spalle 27anni di arti marziali. Parlava di Pas, diceva “Lei discrimina la figura genitoriale.” Mi ha revocato il controllo sulle visite descrivendomi come una madre iper-protettiva e ansiosa. Certo che ero ansiosa, sfido chiunque a non essere in ansia in quella situazione. Anche Federico era in ansia, se ne era accorto anche il suo allenatore negli ultimi tempi. Si svegliava spesso con degli incubi, una notte aveva sognato anche che il padre l’aveva ucciso, chissà cosa gli aveva detto durante i colloqui. Non ci voleva andare agli incontri. Un giorno mi aveva detto: Mamma amore, quando ho nove anni vado io a parlare coi giudici.
…
Era in loro potere interrompere le visite e non l’hanno fatto. Nonostante un perito forense del tribunale di Milano, Paolo Bianchi, che aveva respinto la richiesta del padre di Federico di maggiore libertà nelle visite, raccomandava di non diminuire il grado di protezione degli incontri e di non allargarli in quanto la personalità del padre esponeva il bambino a potenziali effetti devastanti.

E' evidente che se la perizia del dr. Bianchi è stata disattesa, chi l'ha disattesa l'ha fatto attribuendosi un potere di porre diagnosi per lo meno identico a quello del perito che l'aveva emessa.

Che poi gli operatori in questione fossero autorizzati a fare diagnosi di questo tipo e in questo modo, è un dato su cui riflettere: ma la dottoressa chiamata in causa dalla signora Penati è definita psicologa, e dunque iscritta all'Albo degli Psicologi.

E si è assunta la responsabilità di una diagnosi che sconfessava il parere di uno psichiatra, e negava validità alle affermazioni della madre di Federico.

A mio avviso, andrebbe dunque verificata la perseguibilità in sede penale di chi ha emesso -di fatto, e ripetendoli in più occasioni a voce- i pareri sulla assenza di pericolosità (e non di pericolosità sociale, ma di pericolosità per sé e o per altri) del padre di Federico Barakat: o per aver posto una diagnosi errata che ha poi avuto come conseguenza (mi riporto alla sentenza sopra citata) la morte del bambino, o per aver posto una diagnosi che non era autorizzato a porre, sempre avendo come diretta conseguenza la morte del minore.

È infatti evidente, oltre ogni contestazione, che vi è un nesso di causa univoco e indiscutibile tra il parere emesso riguardo alle patologie psichiatriche e alla pericolosità di Mohammed Barakat, e la morte di suo figlio Federico, ucciso durante un incontro “protetto” la cui prosecuzione avveniva sulla base di un parere specialistico che negava la pericolosità del Barakat. Un parere specialistico che, come detto e come ripeto, negava la validità di pareri medici e psichiatrici ben precisi.

Che questo poi implichi la fattispecie dell'omicidio colposo per fatto commissivo, è un dato che deve essere accertato ovviamente dalla Magistratura.

Tutto questo ha però una implicazione profonda.

A mio avviso, incontri protetti del genere, quando cioè uno dei genitori ipotizza la pericolosità dell'altro e che tale pericolosità possa esprimersi in atti lesivi verso il o i minori, andrebbero proseguiti solo sulla base di un parere medico o psicologico stilato esplicitamente al momento, vale a dire per la specifica occasione, e che garantisca il genitore sulla assenza di pericolosità dell'altro genitore.

Da questo punto di vista, gli operatori che si assumono la responsabilità di proseguire gli incontri dovrebbero dichiarare -e il genitore che chiede la sospensione degli incontri esplicitamente chiederlo- se lo fanno sulla base di una loro competenza specifica a diagnosticare l'assenza o la presenza di pericolosità nei soggetti in questione, o se la prosecuzione degli incontri è totalmente svincolata da un simile parere, e dovuta solo alla decisione di dar corso ad un provvedimento giudiziario per il quale sono stati incaricati dal giudice come suoi aiutanti.

A mio avviso, in assenza di un tale parere o di una tale documentazione, il genitore preoccupato della pericolosità dell'altro può tranquillamente interrompere gli incontri protetti.

È infatti evidente che -se è vero che la tutela fisica del minore non è garantita da un accertamento specialistico e non se ne deve far carico (come da sentenza di Cassazione) agli operatori dei "Servizi"- nondimeno essa non può venire per questo meno, lasciando cioè che il piccolo sia esposto alle violenze del genitore minacciante e violento perché non spetta alle istituzioni proteggerlo.

Tale tutela torna dunque al genitore che con lui convive. In presenza di reali e concreti pericoli dei quali è l'unico rimasto ad occuparsi, in assenza cioè di pareri esplicitamente presentati come diagnosi di non pericolosità dell'altro genitore, e fermo restando tutti i profili relativi a dichiarazioni non veritiere (che ovviamente non possono riguardare la soggettività di stati d'animo), il genitore che convive col minore può, se preoccupato per l'incolumità fisica del figlio a fronte di specifici episodi che depongono per un comportamento pericoloso dell'altro genitore, interrompere gli incontri protetti.

D'altra parte, proprio questo sarebbe anche il parere del dr. Forno, il quale (secondo quanto dichiara la madre di Federico) così si sarebbe durante il processo in cui sono stati assolti gli operatori dei "Servizi":

“Al dibattimento” dichiara ancora la madre di Federico “era presente anche la pg Roveda che doveva motivare la sua richiesta di archiviazione. accanto a lei c’era una persona che alla fine del dibattimento è stata coinvolta dal giudice Tutinelli invitandola ad esprimere una sua riflessione. Ho scoperto così che si trattava del sostituto procuratore aggiunto Pietro Forno il quale ha sostanzialmente detto di ritenere buono l’operato della pg Roveda e che i servizi sociali a suo dire dovevano essere assolti. 
Poi disse una cosa terribile, che non posso dimenticare, perché ero dietro di lui; disse che Federico sarebbe stato ucciso comunque, che ero io la responsabile della morte di Federico perché non ero fuggita all’estero. ”

È evidente che se un PM della levatura del dr. Forno afferma (come la signora Penati sostiene abbia fatto) che una madre con un problema del genere deve poter scappare all'estero se teme per la vita del proprio figlio, altrimenti è moralmente responsabile dell'omicidio del figlio, siamo di fronte ad una indicazione non solamente paradossale.

A qualcuno potrebbe essere anche sembrata, come dire..., offensiva, ma in questa sede non è questo il punto. 

Forse il dr. Forno ha usato solo, come dire, una metafora molto sottolineata, ma sicuramente ha descritto molto bene la linea di azione più legittima in casi del genere.

Nessun PM, dunque, potrà obiettare, da questo momento, se una madre che si sente minacciata dall'ex partner come si sentiva la signora Penati, prima di fuggire all'estero provi inizalmente a interrompere del tutto i contatti tra il figlio e l'altro genitore, iniziando a non portarlo più ad incontri che, lo esplicita la stessa Cassazione, non sono protetti.

A parere di chi scrive, e non solo perché lo ha indicato implicitamente il dr. Forno, la madre (o comunque il genitore) che si ritrovi a temere per il proprio figlio, impegnato in “incontri protetti” con un genitore percepito come violento e minacciante, ha licenza di interrompere gli incontri e, nel caso, fuggire pure dall'Italia.

Ma, per cominciare, può appunto disimpegnarsi dall'obbligo di portare io figlio a vedere il genitore minacciante.

E voglio chiarire un punto: non lo sto affatto dicendo per scherzo o provocazione. 

E' evidente che se le istituzioni non hanno il compito di tutelare il bambino dalla violenza dell'altro genitore, la Giustizia non può pretendere che il piccolo sia esposto a pericoli mortali perché il genitore deve ubbidire a un Decreto o una sentenza: spetta al genitore con cui il piccolo convive pensare alla sua tutela fisica.

D'altra parte, proprio secondo la Cassazione non sono gli assistenti sociali che devono garantire tale protezione: i “Servizi” devono pensare “unicamente al sostegno educativo e psicologico del bambino”.

Resta un ultimo punto, però, da discutere.

Nel caso di Federico Barakat a mio parere sono stati lesi diritti umani fondamentali e inalienabili, e il nostro stato deve essere chiamato a risponderne alla Corte dei Diritti Umani di Strasburgo.

La madre di Federico ha aperto una sottoscrizione per poter andare in causa contro l'Italia a Strasburgo.

Dobbiamo sostenerla tutti, questa battaglia, perché è una battaglia di tutti.

Perché in Federico ci sono tutti i bambini “attenzionati” dai “Servizi”, e se le cose stanno come stanno, e quell'”unicamente” funziona unicamente in quell'”unicamente” descritto dalla Suprema Corte, allora dobbiamo proteggere i nostri figli: perché Federico non ha avuto scelta.

“Loro” avevano deciso che suo padre non era né violento né pazzo, loro avevano deciso che la madre era invece isterica e alienante, loro avevano deciso che le sue paure erano irrazionali e irragionevoli.

E lui è dovuto andare, sulla base di queste diagnosi, a morire.

Non deve più accadere.

Sosteniamo con sottoscrizioni e versamenti la battaglia della madre di Federico.

Andiamo a Strasburgo a pretendere Giustizia.

Per Federico. E per tutti gli altri bambini inviati -con le loro paure, le loro terribili debolezze- a verificare dove finisce quell'”unicamente”.

Cliccando qui si arriva al sito per le donazioni.

Mi raccomando. Donate: poco, ma donate comunque.